

142. I cattolici italiani e la vita politica nazionale.

Da: A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento
anni, Einaudi, Torino, 1963.

Una nuova generazione di cattolici, quella nata fra il 1860 e il
1875, partecip progressivamente, come spiega nel brano seguente
lo storico italiano Arturo Carlo Jemolo, alla vita politica
nazionale. Priva delle asprezze dei cattolici che si erano opposti
al Risorgimento ed all'unit del paese, in parte si avvicin
politicamente al fronte liberal-conservatore, a cui la accomunava
il timore dell'ideologia socialista e dei suoi fondamenti
economici. Tuttavia essa desiderava una propria autonomia politica
e morale ed operava sostanzialmente per la costruzione di un
partito cattolico. Allo stesso modo una nuova generazione di
liberali, spogliatasi della vecchia acredine anticuriale,
incurante degli affari interni della Chiesa, strinse l'alleanza
con i cattolici in nome della conservazione, in cambio di modeste
concessioni politiche. Si trattava, insomma, di una conciliazione
nella indifferenza. Comunque, anche se questa generazione
cattolica produrr deputati capaci ed onesti,  pur vero che, per
dirla con lo Jemolo, la prudenza rimarr la loro maggior virt,
avranno sempre paura del salto nel buio, si sentiranno sempre
legati alle strutture economiche che hanno trovato in vigore al
loro affacciarsi alla vita pubblica..

 Nella coscienza dei pi era radicata, fosse pure con diversit di
apprezzamenti e di desideri, la consapevolezza che su molti punti
l'ultima parola era stata detta. La perdita del potere temporale e
la legge delle guarentigie, la soppressione legale dei conventi
(che per sotto forma di libere associazioni potevano continuare
ad esistere ed a svolgere la loro attivit, religiosa, scolastica,
filantropica), la sostanziale laicizzazione degl'istituti dello
Stato e cos anzitutto il riconoscimento del solo matrimonio
civile come matrimonio legale, sembravano a quasi tutti capisaldi
dai quali non potesse darsi ritorno. Entro l'area fissata da quei
capisaldi era ancora possibile per gran numero di contrasti, meno
clamorosi, meno sostanziali di quelli che si erano dibattuti
nell'Ottocento, ma tali tuttavia da appassionare ancora cattolici
ed anticlericali, posto ch'erano sempre in gioco quei sommi beni,
che gli uni chiamavano salvezza delle anime, indipendenza delle
coscienze, gli altri libert di discussione, libert del pensiero,
sovranit dello Stato. Questi contrasti si sarebbero chiamati:
istruzione religiosa nelle scuole dello Stato ed ispezione
governativa e pareggiamento delle scuole libere; liceit o meno di
negozi giuridici volti ad assicurare un patrimonio alle
congregazioni religiose non riconosciute dallo Stato;
trasformazione intensificata delle confraternite od arresto
nell'attuazione di questo istituto, che sottraeva di fatto al
governo ecclesiastico capitali ancora considerevoli in relazione
al tempo; condizione di parit o d'inferiorit nella nuova
legislazione sociale agli organismi - cooperative o banche o casse
mutue od associazioni operaie - confessionali, di fronte alle
altre; forse anche precedenza obbligatoria del matrimonio civile
sul religioso, ch'era ancora bandiera agitata dai partiti di
sinistra.
Ma nei cattolici pi giovani, meno legati al passato ed ai suoi
rammarichi e rancori, la visione di quelli che sarebbero stati i
rapporti futuri tra Chiesa e Stato non si riduceva a questo elenco
di battaglie da affrontare e possibilmente vincere; non si
guardava a questo ambito soltanto come ad uno specchio d'acqua
dove ad una grande agitazione stesse succedendo la calma; ma si
sentiva che maturava lentamente una situazione nuova, che si
tracciavano linee suscettibili d'inattesi sviluppi, nelle
relazioni tra Chiesa e Stato non solo, bens pure tra credenti e
non credenti, tra cattolici militanti e cattolici tali per il
battesimo e per il ricorso ai sacramenti nelle ore solenni della
vita - matrimoni e funerali, o ben poco di pi - ma sordi ad ogni
ammaestramento delle autorit docenti nell'ambito della politica o
della economia.
In ogni Paese nel quale il socialismo penetrava, era il
precipitare nel vaso della politica interna di un nuovo fermento,
che produceva separazioni e raggruppamenti inattesi. Quel che non
aveva potuto ottenere il richiamo affannoso da parte cattolica
alla difesa dei valori morali - anche perch la societ
benpensante non aveva mai sentito, e soprattutto in Italia ben a
ragione, seriamente minacciata attraverso il liberalismo n la
compagine familiare, n la indissolubilit del matrimonio, n i
rapporti tra figli e genitori - poteva oggi la minaccia ai valori
economici; anche perch pure chi si professava ostilissimo al
materialismo storico sentiva oscuramente un ancoramento di molti
tra i valori morali (e soprattutto sentimentali) al fattore
economico, ben pi operante che non fosse il loro collegamento a
valori religiosi. Una societ senza propriet privata, senza
eredit tra padri e figli, dove le terre e le officine fossero
dello Stato o le fabbriche degli operai, appariva ben pi
sconvolta che non una societ nel cui codice fosse stata
introdotta la ricerca della paternit e persino il divorzio, o
dove la legislazione scolastica avesse ancora progredito verso il
monopolio della scuola di Stato. Ecco quindi quella necessit, che
da vent'anni soprattutto i cattolici moderati, non irrigiditi nel
postulato temporalista [in un ritorno cio al potere temporale
della Chiesa], andavano asserendo, e che nell'altro campo con non
minor fervore sostenevano quei conservatori, poco sensibili in s
ai valori ideali (e cos punto legati alla tradizione del
Risorgimento, alle avversioni ed alle preferenze ereditate da
questo, alla laicit delle opere pie, della scuola, dei codici):
la necessit di un'alleanza di tutte le forze conservative:
seppellissero queste i vecchi rancori, mettessero la pietra
tombale sulle vecchie questioni e lavorassero unite in avvenire,
con reciproca fiducia, con un programma di concessioni rispettive.
La Chiesa non avrebbe riavuto la posizione storica di altri tempi;
ma alcuni suoi desideri, in tema di legislazione scolastica e
sulle opere pie, sarebbero stati certamente soddisfatti, ma le sue
organizzazioni economiche, sottoposte al controllo dei parroci e
dei vescovi, non osteggiate, avrebbero potuto dare la piena misura
di s; soprattutto, per questa via nel corso di una generazione
essa avrebbe potuto vedere uomini a lei devoti assumere posti di
comando [...].
In realt, quella che si prospettava come sempre pi facile era la
conciliazione nella indifferenza. Impulso ad essa, la necessit di
fare fronte insieme a qualche reale pericolo, di poter contare
l'uno sull'altro in quelle battaglie che questi pericoli avrebbero
reso necessarie, e cos un affidamento nella solidit dell'alleato
eventuale. Ma sostanziale indifferenza per tutto ci che fosse
fuori dell'oggetto dell'alleanza. Indifferenza del cattolico per i
problemi di organizzazione amministrativa, di riforme
costituzionali, di codificazione, di politica doganale, di
politica monetaria, se qualche elemento contingente non lo
portasse a scorgere nella loro soluzione in un senso anzich
nell'altro possibilit di successo o d'insuccesso per i suoi. Pi
radicale e pi vasta indifferenza del conservatore, ed in genere
dell'uomo politico, per ci che seguiva in seno alla Chiesa: s
che la condanna di certi principi in tema di esegesi biblica e di
storia ecclesiastica, o di certa interpretazione del dogma, la
riforma dei seminari, la codificazione del diritto della Chiesa,
certa ulteriore intensificazione dell'assoluta remissione
dell'ecclesiastico alla potest del superiore, e cos
l'introduzione della rimozione in via amministrativa dei parroci,
la condanna di ogni filosofia che costituisse una deviazione al
tomismo, avrebbe rappresentato per l'uomo politico italiano come
qualcosa che seguisse in un altro pianeta, e ch'egli non avrebbe
neppure immaginato suscettibile di sortire conseguenze quali si
fossero sui valori che a lui stavano a cuore.
Chi con animo non prevenuto si accinge a guardare quelli che
ancora, e per un pezzo, si sarebbero detti liberali, gli uomini
politici che costituivano la maggioranza in Parlamento a
cavalcioni fra i due secoli, i grandi universitari che scrivevano
sui quotidiani pi diffusi, e li confronta con parlamentari ed
universitari della generazione precedente, quella della presa di
Roma e della legge delle guarentigie, vede come elemento saliente
questo distacco.
Un uomo del tipo di Ricasoli [Bettino Ricasoli, presidente del
consiglio nel 1861-'62 e 1866-'67], che aveva profondamente
sentito il problema religioso come problema sociale e politico,
per il quale lo spirito che domina la vita interna della Chiesa
era qualcosa che doveva stare a cuore allo Stato, sarebbe apparso
inconcepibile nel mondo politico a cavalcioni tra i due secoli.
Assumevano gi aspetto lievemente caricaturale, di macchiette,
quei rari uomini politici che tendevano a sopravalutare, rispetto
al sentire dei contemporanei, il problema delle relazioni tra
Chiesa e Stato, ed a forzare i tempi per una conciliazione, come
il deputato antico garibaldino Achille Fazzari. Era ben compreso
l'uomo politico di destra [...], che nella sua politica
conservatrice insisteva sulla necessit di coltivare quella grande
alleata che era o poteva essere la Chiesa, di farle ogni
concessione, quanto meno di non inasprirla con riprese
anticlericali; veniva guardato con considerazione l'universitario
quale Giacomo Barzellotti [filosofo fiorentino vissuto fra il 1844
e il 1917], che indugiava sul sentimento religioso, sulle sue
manifestazioni individuali e collettive, ordinarie ed abnormi. Ma
la vita interna della Chiesa era ormai, nel mondo laico e
liberale, dopo la morte di Ruggero Bonghi [politico e letterato,
fu ministro della pubblica istruzione], l'ambito riservato a
qualche specialista del giornalismo, che poneva sul medesimo
piano i pettegolezzi del Vaticano, la papabilit dell'uno o
dell'altro cardinale, gli scandalucci dell'aristocrazia nera e le
condanne delle congregazioni del Sant'Ufficio e dell'Indice, le
riforme disciplinari che agli occhi dei canonisti e degli storici
futuri della Chiesa avrebbero avuto maggiore valore.
I presupposti pi validi per una conciliazione erano cos gi
maturati in buona parte, e sarebbero continuati a maturare, man
mano che la classe politica non fosse pi costituita in netta
prevalenza da avvocati o professori, con cultura umanistica o
filosofica, portati ad ancorarsi ai principi astratti. [...].
Significative, anche per comprendere quel che sar poi il partito
popolare e le sue vicende, le figure dei laici formatisi in
cenacoli di ortodossia cattolica, di pi vivo ingegno, tagliati
per la politica, nati all'incirca fra il '60 e il '75, e di cui
pi d'uno sieder a Montecitorio durante la prima guerra mondiale.
Sono tutti convinti della necessit di un partito di cattolici.
Invano la grande stampa liberale ammonisce che, venuta meno
l'epoca delle punture anticlericali, degli attacchi alla
religione, un partito cattolico non ha alcuna ragione di esistere,
ed i cattolici possono inserirsi in quasi ogni settore dello
schieramento politico. In Italia come altrove i cattolici non si
sentono a loro agio, in piena comprensione reciproca, che tra di
loro; potranno accettare alleanze con altri partiti, governare
insieme lo Stato od enti locali, ma desiderano il loro partito.
Con apparente, solo apparente, contraddizione, i pi desiderano
ch'esso sia aconfessionale; non vogliono assistenti ecclesiastici.
E' un'aconfessionalit da intendere in un significato particolare,
che presto la Chiesa apprezzer, come quella che la libera da
responsabilit, dall'onere di avalli, dalla necessit di
sconfessioni. Non ignorano certo questi cattolici che il giorno in
cui ci sar una lotta elettorale, i loro voti verranno per la
trafila delle curie e delle case parrocchiali, che una
sconfessione da parte della Chiesa li annienterebbe. Neppure
possono ignorare che chi assicura i voti pu anche imporre od
escludere certi candidati. Ma entro questi limiti necessari
desiderano godere della loro libert. Nel 1904, al sorgere della
Unione nazionale tra gli elettori cattolici, Giuseppe Micheli
[deputato dal 1902 e ministro negli anni 1920-'22 e nel secondo
dopoguerra] vorrebbe fosse tolto dallo Statuto ogni accenno al
cattolicesimo, e l'Unione assumesse subito aspetto aconfessionale;
ci che a Crispolti [Filippo Crispolti, deputato dal 1917 al 1921]
sembra prematuro.
In questi cattolici c' il senso che occorre avere sempre maggior
parte nel governo del Paese e degli enti locali; c' un molto vago
riformismo; gl'interessi immediati che si perseguono sono quelli
della Chiesa. Le battaglie per le autonomie locali, per la scuola
primaria lasciata ai Comuni, contro le statalizzazioni, sono
combattute in un periodo in cui non si d speranza prossima di
poter divenire partito di maggioranza, ma i cattolici tengono
fermamente nelle loro mani un certo numero di comuni e di
province.
Rispetto ai conservatori c' in questi giovani, nati a
Risorgimento conchiuso, un moto di attrazione e di repulsione;
sono i naturali alleati, ma non si vuole esserne assorbiti; del
testamento spirituale di don Albertario [Davide Albertario,
sacerdote e giornalista di idee democratiche] si salva l'autonomia
del movimento cattolico.
Veramente quando nel 1904 prende rilievo la figura di [Tommaso]
Tittoni, ministro degli Esteri e dopo Giolitti il pi importante
componente del Gabinetto, la tendenza al fondersi nelle file dei
moderati  forte. Le associazioni cattoliche di Bergamo, una
roccaforte cattolica, passano all'alleanza con i moderati, con
rammarico di quanti pi sentono la necessit dell'autonomia. Si ha
allora l'impressione nel crollo del non expedit [e cio nella fine
dell'estensione dei cattolici dalla vita politica, avvenuta
ufficialmente soltanto nel 1919], anche se Pio decimo [papa dal
1903 al 1914] consenta agli elettori cattolici di andare alle urne
alla spicciolata, ma non voglia candidature cattoliche e gli
dispiace che si presenti Carlo Ottavio Cornaggia, fondatore di una
unione elettorale conservatrice, Religione e patria:un
antecedente della Unione nazionale del 1923.
La generazione di questi cattolici politici nata tra il 1860 ed il
1875 dar degli ottimi parlamentari, degli uomini di specchiata
virt nella vita privata come nella pubblica, degli elaboratori di
eccellenti progetti di riforme fiscali: Meda [Filippo Meda, pi
volte deputato e ministro, tra i fondatori del partito popolare],
Micheli, Mauri, Longinotti: tutti nomi il cui ricordo  caro. Non
dar grandi uomini di Stato, capaci di dominare le gravi crisi del
1914-'22; la prudenza rimarr la loro maggior virt, avranno
sempre la paura del salto nel buio, si sentiranno sempre legati
alle strutture economiche che hanno trovato in vigore al loro
affacciarsi alla vita pubblica. Qualcuno di loro rifiuter in
momenti decisivi l'onere della direzione del governo: resteranno
la tipica espressione della classe e degli ambienti da cui
vengono, della loro formazione, per cui i giovani hanno reagito
contro le ire ed i rancori dei cattolici del Risorgimento, hanno
avuto il compito, inconsueto per i giovani, di parlare ai vecchi
la voce della moderazione, del buon senso, del possibilismo.
